mercoledì 4 giugno 2014

Intervista a Gabriele Marconi

Ci sono libri che dopo averli letti speri possano avere sempre un seguito. Vorresti che la storia iniziata proseguisse perchè le emozioni trasmesse sono fortissime. E' questo il caso di "Le stelle danzanti", il romanzo di Gabriele Marconi uscito nel 2009, e che solo alla fine del 2013 ha visto continuare le avventure dei suoi protagonisti con il libro "Fino alla tua bellezza". Incuriositi da un protagonista indiscusso del mondo artistico non conforme come Marconi, romanziere ma anche cantautore, abbiamo deciso di intervistarlo e di scoprire come è nata in lui l'idea di appassionare un'intera galassia attraverso la vita di due arditi. 

 
Come e quando è nata l'idea di iniziare a raccontare l'epopea di Fiume, e perché hai preferito la forma del romanzo? 

Stavamo facendo la riunione di redazione per il nuovo numero di “Area”, quando Giano Accame propose di incentrare il Focus (era il nostro approfondimento mensile) per l’ottantesimo anniversario dell’Impresa fiumana. Riscoprendo quell’epopea mi sono entusiasmato per la decisiva presenza dei ragazzi che avevano fatto la guerra e di quelli ancor più giovani che, scappando di casa, raggiunsero d’Annunzio nella città irredenta. Ragazzi che portarono un’energia fantastica, sublimata dalla presenza di tanti artisti, che la trasformò in qualcosa di assolutamente inedito. Un’esplosione magmatica che ha definito il termine stesso di “giovinezza”. A quel punto, come mi succede sempre con le vicende che mi entusiasmano, m’è venuta voglia di vivere anch’io quell’impresa. E l’unico modo, ovviamente, era usare la fantasia. Per questo ho scritto “Le stelle danzanti”. 

Che cos'è che ti ha portato a proseguire la storia di Marco e Giulio, e perché hai deciso di ambientare proprio nella Guerra di Spagna le loro nuove avventure?  

Quando dai vita a un personaggio, non è che la sua vita finisce con l’ultima pagina del romanzo! Lui va avanti anche senza di te. E nel momento in cui torni a sentire la sua voce, è fatale ascoltarla fino a ritrovare le tracce della sua storia. Allora le segui e ritrovi lui e tutto il suo mondo. I protagonisti delle “Stelle danzanti” li ho ritrovati alla Guerra civile spagnola, forse perché quella fu l’epoca in cui molti italiani, giovani e meno giovani, decisero di mettersi nuovamente alla prova, come dice Giulio in un passo del romanzo, perché altrimenti le loro sarebbero state vane chiacchiere e non scelte di vita. Li ho ritrovati invecchiati di circa vent’anni, su entrambi i fronti, ma ancora intatti nel loro slancio e saldi nella loro amicizia… ancora lì, capaci di prendersi per il culo anche ai confini dell’inferno.

“Fino alla tua bellezza” ha una conclusione un po’ agrodolce, che però lascia molte curiosità e domande. Ci sarà un terzo capitolo sui legionari Paganoni e Jentile? 

Dipende da quanto forti saranno le voci e quanto sarò capace di sentirle. Ma ho come l’impressione di cominciare a percepire dei rumori di sottofondo. E vengono da Nord…

I tuoi racconti descrivono molto bene gli scenari spesso molto duri del primo dopoguerra e lo spirito che animò moltissimi giovani a seguire prima D'Annunzio e poi Mussolini. Come fare a far conoscere ai ragazzi più giovani il perché di certe scelte che spesso per pigrizia odierna sembrano impensabili? 

 Io cerco di aprire delle finestre sulle vicende che racconto. Poi sta a ognuno scavalcare il davanzale e andare a curiosare. Bisogna documentarsi, studiare, senza paura di scoprire anche cose che potrebbero mettere in crisi le nostre convinzioni. La curiosità è vitale. 

Nel tuo primo romanzo "Io non scordo" parli di un argomento con molti lati oscuri, la strage di Bologna. Qual è il tuo ricordo su quel periodo? Come vivesti il clima da caccia alle streghe verso tutto il mondo fascista?  

L’ho raccontato sia con “Noi” (il libro allegato all’omonimo cd antologico con tutte le mie canzoni), sia con “Io non scordo”, soprattutto nella postfazione narrata dell’edizione nuova (la terza), dove parlo proprio di quel periodo. Come hai detto tu, fu un clima da vera e propria caccia alle streghe, portata avanti con fanatica e subdola determinazione dalle autorità, spalleggiate dagli organi d’informazione e dalle solite truppe cammellate del sistema. È un ricordo talmente brutto che la rabbia e il dolore accumulati allora hanno contribuito non poco agli sforzi che abbiamo fatto, negli anni successivi e fino a tutt’oggi, perché la verità venisse a galla: una verità totalmente ribaltata rispetto a quella giudiziaria. Ed è quel che probabilmente fu anche per altre stragi, come illustra benissimo “Quella strage fascista”, il romanzo di Gabriele Adinolfi. 

Con la pubblicazione dei tuoi romanzi il tuo pubblico, già affezionatissimo, ha avuto modo di conoscerti anche come scrittore. Quando e perché hai realizzato la necessità di ampliare il campo della tua opera artistica?  

Boh! Il fatto è che mi piace scrivere. Amo scrivere. Le canzoni raccontano emozioni, storie in forma poetica. Ma vivere le avventure che vivono i personaggi dei miei romanzi è qualcosa di molto diverso: è un viaggio fantastico al quale non so rinunciare. 

Esiste un collegamento tra musica e romanzo? E nello specifico, tra la tua musica e la tua prosa? 

Le canzoni accompagnano i vari momenti della nostra vita, ed è fatale che entrino nelle storie che scrivo, visto che i personaggi non sono burattini senza vita: hanno un loro passato, un presente e lo vivono ad esempio leggendo libri o ascoltando canzoni, appunto. Poi, nel caso di “Io non scordo”, certi brani che scandiscono i capitoli erano rappresentativi di situazioni specifiche e le evocavano con forza, per questo li ho inseriti.

Hai mai pensato di trasferire in un album di canzoni le storie che racconti nei tuoi romanzi? 

Sì ci ho pensato. Chissà che non lo faccia prima o poi…

Tu sei anche autore di bellissime canzoni, alcune sull’Europa… una tra tutte "Ricordi". Qual'è la tua sensazione vedendo l'Europa di oggi? Il fatto che molti movimenti "anti-sistema"come Jobbik in Ungheria, stanno iniziando a tornare protagonisti sulla scena politica ti fa essere fiducioso?

Il mio stato d’animo attuale è quanto di più lontano dall’essere fiducioso. Registro però questa tendenza e guardo con curiosità.

Qual è il tuo pensiero sulla vicenda dei due marò? Ci vorrebbe un colpo di mano nello stile uscocco per riportarli a casa?

 Ci vorrebbe sì! Fossimo una nazione con le palle ce li saremmo già riportati a casa.

Nei tuoi libri i protagonisti sono stretti da un forte legame di amicizia e cameratismo, valori oggi dispersi in contatti sempre più virtuali e anonimi. Come vivi il cambiamento apportato da internet nei rapporti umani? 

Non credo che la virtualità di internet sia la causa del degrado, quanto piuttosto un’opportunità potentissima che il degrado attuale ha trasformato fatalmente in un luogo troppo spesso alternativo alla realtà. Io uso molto sia internet che, ad esempio, facebook, ma non sostituiscono il sapore della vita “vera”. Nulla può sostituirlo, neanche la letteratura: preferisco mille volte baciare una donna che raccontarlo in un romanzo.

Fino alla tua bellezza" è uscito solo da pochi mesi, eppure già ha creato intorno a sé molto interesse. Come sta procedendo la promozione del libro?

  I riconoscimenti sono eccezionali.Continuo a girare come una trottola, e devo dire che mi piace. Però, a parte l’impegno mio e di chi m’invita in giro per l’Italia, del romanzo sono uscite poche (bellissime) recensioni e solo su quotidiani come “Il Giornale”, “Libero” o “Il Foglio”. Per il resto, silenzio assoluto. Ma non mi aspettavo qualcosa di diverso da parte della sinistra, che per decenni ha massacrato la cultura e l’informazione italiana con un’egemonia spietata (chi la mette in discussione mi fa ridere). Quello che invece mi fa rabbia è la miseria culturale lasciata da quasi vent’anni di partecipazione della “destra” al governo. L’abbiamo detto e scritto anche su “Area”, finché abbiamo avuto la forza di tenerla in piedi: questi vent’anni non hanno lasciato traccia. E non è solo un peccato: è un delitto. 


Simone












giovedì 17 aprile 2014

ORDINE PUBBLICO O ORDINE POLITICO?

Le basi sulle quali ministeri e questure organizzano i servizi di ordine pubblico sono davvero esclusivamente inerenti al pericolo per l'incolumità pubblica o talvolta possono essere indirizzati anche da altri fattori? Un qualsiasi cittadino medio non solito a partecipare a manifestazioni politiche sceglierebbe sicuramente la prima opzione. 
Ai concerti, cosi come alle partite di calcio (tranne in alcuni casi dove anche qui la politica diventa preminente) , i presupposti per l'organizzazione di un servizio di pubblica sicurezza sono meramente tecnici, si prende ad esame una zona, un quartiere o un'intera città, si fa una stima di quanti saranno gli intervenuti, si da un codice di pericolosità all'evento e da queste considerazioni parte l'organizzazione da parte delle questure e degli altri soggetti coinvolti nel dispiegamento di forze al fine di evitare che nessuno si faccia male e che l'evento fili via liscio senza danni a cose o persone. Ma purtroppo non sempre e' così, succede che a volte vi siano anche altri fattori a determinare il tipo di spiegamento di forze in servizio ad un evento, specie quando questo evento e' una manifestazione politica. Manifestare pacificamente dovrebbe essere un diritto garantito in uno stato che pretenderebbe di dichiararsi democratico ma non lo e'.
Molto spesso l'ordine pubblico viene usato come specchietto per le allodole per indirizzare o vietare manifestazioni politiche di partiti o movimenti che si pongono in maniera critica verso il sistema vigente. E questo e' il caso sicuramente di CasaPound che, ogni qualvolta su tutto il territorio nazionale decide di organizzare una manifestazione si trova sempre di fronte a mille problematiche che gli organi preposti all'ordine pubblico pongono in essere. Eppure CasaPound non e' certo un movimento violento, mai nessuna manifestazione di CasaPound e' sfociata in atti di violenza o devastazione gratuita, solo qualche raro caso di difesa da attacchi subiti dai centri sociali antifascisti. Ma allora perchè ogni manifestazione pubblica di CasaPound italia da Aosta a Palermo viene sempre blindata dalle varie digos (ovvero la polizia politica) in maniera possente anche in totale assenza di gruppi antifascisti? Perchè molto spesso cercano di spostare questi eventi fuori città lontano dagli occhi della maggioranza dei cittadini? Perchè non e' la violenza che preoccupa lo stato, quella sarebbe facilmente arginabile con l'impiego di semplici forze di polizia, ciò che preoccupa e' piuttosto la forza delle Idee, e un movimento che si presenta nelle piazze italiane con un carico di gioventù e di vincenti Idee Rivoluzionarie fa paura al sistema molto di più che qualche scalmanato che tira sassi a casaccio. E allora come eliminare democraticamente chi potrebbe far aprire gli occhi al popolo su di un sistema vecchio,corrotto,servile,flaccido e mafioso come quello politico italiano? Semplice, usando la scusa dell'ordine pubblico per boicottare ogni iniziativa di dissenso e zittire chi ha parole che tagliano piu' delle lame. In che maniera nel pratico? Prendiamo ad esempio alcuni fatti recentemente accaduti a iniziative svolte da CasaPound, come ad esempio l'ultimo gazebo di propaganda elettorale durante le passate elezioni a Firenze, in occasione del quale, adducendo fantasiosi motivi di ordine pubblico furono chiuse le vie d'accesso alla piazza in cui si doveva tenere l'iniziativa bloccando di fatto l'afflusso di persone possibilmente interessate, oppure come accaduto piu' volte per le foibe, quando le manifestazioni sono state costrette ad un contesto spettrale, chiudendo interi quartieri con anche il divieto di sosta per le auto nei giorni antecedenti, cosa che ovviamente crea disturbo al cittadino e quindi antipatia verso i promotori. In altre occasioni le manifestazioni sono state spostate fuori città, riducendone al minimo la visibilità, o anche scortate inspiegabilmente in maniera massiccia, come successo al corteo di Prato poco tempo fa, cosi da far sembrare che gli scortati fossero appartenenti ad un movimento violento e quindi da tenere sotto stretto controllo inducendo timore nel seguirlo al cittadino. Poi invece, si crea un clima di distesa apertura quando a scendere in piazza sono quei partiti che avendo rappresentanza istituzionale decidono se il questurino di turno presterà servizio l'anno dopo in un paesello di un'isola sperduta o nella capitale. 

Questo scritto non vuole assolutamente essere l'ennesimo articolo di complottismo spicciolo, ma una semplice spiegazione di come si articolano certe dinamiche che influiscono poi pesantemente sull'opinione pubblica. La prossima volta che vedrete una situazione del genere, vi auguriamo di avervi fornito qualche strumento in più per meglio giudicare quanto accade intorno a voi. 

Buona democrazia a tutti.

La Redazione. 

nella foto la grottesca situazione del pacifico corteo di CasaPound Prato.



domenica 8 dicembre 2013

A proposito di Mafia...

Dal carcere di Milano, nel quale è detenuto il boss di Corleone Totò Riina, si innalzano a gran voce le sue minacce: “Di Matteo deve morire. E con lui tutti i pm della trattativa, mi stanno facendo impazzire.” E ancora: “Quelli lì devono morire tutti, fosse l’ultima cosa che faccio.” Oltre a Di Matteo nel mirino delle minacce anche l’aggiunto Teresi ed i pm Del Bene e Tartaglia. Dopo “l’ordine” del boss, il Comitato per l’Ordine e per la Sicurezza, presieduto dal Prefetto, ha valutato la possibilità di trasferire Di Matteo e la sua famiglia in un’altra località. Riina avrebbe parlato anche di “uno che prima era a Caltanissetta e adesso è a Palermo, uno che si da un gran da fare.” Riferendosi probabilmente all’attuale procuratore di Palermo Scarpinato. Prendendo atto di queste minacce alcuni giorni fa, a Palermo hanno preso parte oltre 1000 persone al corteo in sostegno di Nino Di Matteo. Partendo dal Teatro Massimo, raggiungendo poi il Palazzo delle aquile (sede del Comune) dove si è svolto un flashmob per ricordare le stragi di Mafia del 1992/1993. In testa al corteo, si scorgeva uno striscione “SI MUORE QUANDO SI E’ LASCIATI SOLI” Le preoccupazioni balenate tra i luoghi della magistratura, è proprio quella paura che si possa tornare a respirare la stessa identica aria di tensione, di terrore che è stata la culla del ’92; quella delle stragi di Capaci e via D’Amelio.  

Nato a Palermo nel 1961, Nino Di Matteo è in magistratura dal 1991. Sostituto procuratore della Repubblica presso la DDA di Caltanissetta dal ’92 al ’99 e pubblico ministero della DDA di Palermo dal ’99, ha indagato sulle stragi dei magistrati Rocco Chinnici,  Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e delle loro scorte, e sull’omicidio del giudice Antonino Saetta. Attualmente è impegnato nei processi per la cosiddetta “Trattativa” tra Stato e Mafia a carico del prefetto Mario Mori, ex direttore del Servizio Segreto Civile.




Contrastare l’antistato oggi più che mai dovrebbe essere una battaglia quotidiana, da viversi proprio come una priorità. Lo Stato odierno è complice di quella parte marcia di Stato che miete vittime ogni singolo giorno, con il suo silenzio, con la sua omertà. Durante il Ventennio era una delle priorità dello Stato fascista. Dopo il vuoto. Il silenzio. Il sangue dei morti ammazzati. Il silenzio del pizzo. Il menefreghismo da parte dei politici che vanno di pari passo con queste “brave” persone. Il declino della civiltà dello Stato iniziò nel 1943 con l’operazione Husky, lo sbarco degli “alleati” in Sicilia. Per molti magistrati, è stata quella la data di nascita di una realtà ancora ben radicata negli ambienti meridionali e non. C’è la MAFIA BIANCA, quella dello Stato, quella delle caste, quella della gestione della cosa pubblica. Poi c’è la MAFIA NERA, quella della criminalità organizzata, delle stragi, dei morti ammazzati, che continua a ciel sereno nei suoi intenti con il traffico di droga e dei clandestini, con il giro del racket e dell’usura, con lo sfruttamento della prostituzione, con il gioco d’azzardo. Entrambe, come dimostrato da molte indagini della magistratura, tentano di mettere mano sulla gestione degli appalti pubblici finanziati da fondi nazionali ed europei , tentando di costruire rapporti con le politiche locali, con gli imprenditori.

Per sconfiggere la Mafia bisogna prevenirla, combattere questo suo sistema di potere sporco. Bisogna diffondere la cultura, quella vera e genuina in grado di estirpare quella sub-cultura malata che si insedia nel politico e nelle menti di oggi. Uno Stato pulito e presente deve garantire a tutti cultura, istruzione e lavoro. L’uomo nasce libero e deve combattere i soprusi ed i compromessi che gli vengono messi davanti per realizzarsi nella vita. La vita è una scelta, e bisogna scegliere il meglio sempre.



Martina.
(Grazie a Peppe Di Salvo.)

venerdì 6 dicembre 2013

Pietro Toselli: l'Eroe dimenticato

In uno strano Pese come l'Italia, che da qualche anno in particolar modo cerca di nascondere la propria storia e le proprie radici, negando i suoi stessi eroi, vediamo sempre più spesso scuole o impianti sportivi intitolati a personaggi che niente hanno a che fare con la nostra Penisola (come Martin Luther King o Nelson Mandela) e figure italiane leggendarie forse volutamente dimenticate. E l'esempio che mi torna alla mente è quello di Pietro Toselli, ormai ridotto a mero nome toponomastico nelle strade di qualche città. Ma chi era Pietro Toselli? Nato a Peveragno nel 1856, si arruola nell'esercito fino a raggiungere il grado di maggiore. Nel 1894 durante la campagna italiana in Eritrea ha l'incarico di combattere le truppe di Bathà Agos, capo abissino che aveva tentato un'indipendenza della propria provincia con un'improvvisa ribellione. Dopo il rapido successo, nel 1895 viene inviato alla guida del III battaglione Indigeni a difesa sull'Amba Alagi, dopo che il Negus Menelik II° aveva dislocato oltre 100.000 uomini nei pressi del lago Ascianghi. Dopo l'inutile attesa di rinforzi, prevedendo l'attacco abissino, dispone le sue truppe a difesa dell'Amba Alagi. L'esercito nemico, forte di circa 30.000 uomini assalta le poche migliaia di soldati italiani, che oppongono una resistenza disumana., durata dall'alba fin quasi al tramonto. Dopo aver compreso che nessun rinforzo sarebbe arrivato ordina la ritirata, e per ultimo abbandona l'altipiano. Nonostante le insistenze degli ufficiali affinchè si mettesse in salvo, decise di affrontare il nemico dicendo "ora mi volto e lascio che facciano!" sedutosi su una roccia guardò l'avvicinarsi dell'esercito africano, che sorpreso da cotanto coraggio smise di sparare. Dopo qualche istante, ripresi gli spari, cadde in terra crivellato di colpi. Insignito della medaglia d'oro al valor militare, a Toselli vennero dedicate anche la canzone dell'Amba Alagi e quella delle donne ascari. Ma quelli eran altri tempi, di certo non c'era ancora chi pensava di salvare le casse comunali risparmiando su una corona di fiori da dedicare ad un Eroe.



La canzone dell'Amba Alagi:

Fosca Amba Alagi, 
quante quante stelle sulla tua vetta quella notte fiera
e in fondo a valle quante mai fiammelle
dei fuochi dell'immensa orda nera. 
L'ultima notte era per Toselli 
che aspettava il soccorso dei fratelli.

O Amba Alagi,
 tu l'hai veduto 
tutto il suo sangue 
quand'è caduto. 

Or da quel sangue 
che ferve ancor 
sorge la fiamma 
del tricolor.

Sotto la tenda stan gli eroi raccolti. 
Pietro Toselli scrive al generale: 
“Vedo i lor fuochi sono molti molti 
doman sarà per noi gloria immortale”. 
Invano tu aspettasti i tuoi fratelli, 
solo la gloria venne a te Toselli.

Maggior Toselli, cavaliere fiero, 
cadesti allor pugnando come un dio. 
eri il leon del battaglione nero
 e degli imbelli tu scontasti il fio. 
Son quarant'anni che attendi i tuoi fratelli: 
eccoci al fine, siamo qui, Toselli.


O Amba Alagi,
tu l'hai veduto 
Pietro Toselli 
quand'è caduto.

 Ora lo vedi 
sorgere ancor 
sulla grand'Ara
del tricolor.
Simone Selvi

lunedì 2 dicembre 2013

Bambini in curva: il fallimento del politicamente corretto

AVREMMO VOLUTO SCRIVERE ANCHE NOI UN ARTICOLO SU QUESTO TEMA, MA VISTO CHE SAREBBE STATO UN DOPPIONE ABBIAMO PREFERITO CONDIVIDERE QUESTO CHE ABBIAMO TROVATO SUL SITO DI INFORMAZIONE "IL PRIMATO NAZIONALE" DATO CHE RISPECCHIA A PIENO IL NOSTRO PENSIERO.

"La prossima volta proveranno con i neonati: solo fra bambini in fasce, del tutto ignari di quel che accade intorno a loro, si può forse ritrovare quella presunta innocenza che i marziani a capo del nostro calcio e dei nostri media credevano di riscontrare nella massa dei 12.000 ragazzini che hanno occupato le curve (squalificate) dello Juventus Stadium. Via gli ultras e i loro cori beceri, dentro i bambini.
Capita però che l’unica occasione in cui la innocente curva di bambini dia notizia di sé con un’iniziativa minimamente coordinata sia il fatto di gridare “merda” a ogni rinvio del portiere avversario. De Coubertin è restato a casa anche stasera.
La Gazzetta dello Sport commenta disperata: «Forse per imitare i grandi (e in questo caso era meglio restare bambini…) sono partiti anche cori offensivi: a ogni rilancio del portiere dell’Udinese i bambini si sono lanciati in cori e urla da censurare: “mer….”. Sarà stato l’effetto curva a renderli così “passionali”? O sono forse gli adulti- accompagnatori dei piccoli che si sono lasciati prendere la mano invitando a cori usuali nelle Curve ma in ogni caso da censurare?».
Effettivamente chi poteva immaginare che dei tredicenni potessero avere una passione per le parolacce, per le canzonature e i cori irridenti, soprattutto a contenuto scatologico? In realtà tutti. Chiunque viva nel mondo normale. Tutti tranne ovviamente gli abitanti della cittadella calcistico-mediatico-politica. I marziani, appunto.
A questo punto, però, ci aspettiamo un bel baby-daspo di massa. Perché insomma, se non è discriminazione paragonare qualcuno alla meno nobile delle materie… E poi, a ben vedere, il portiere in questione è Zeljko Brkic, di Novi Sad. Uno straniero, quindi. Dato che ancora nessuno ci ha spiegato dove inizia e dove finisce il razzismo, si potrebbe ipotizzare che anche quello sia un coro di discriminazione. Chi ci assicura che un portiere italiano sarebbe stato canzonato alla stessa maniera? Magari i piccoli ultras intendevano dire “merda di un serbo”. Contro il razzismo bisogna vigilare incessantemente e il dubbio è più che sufficiente.
Che baby-daspo sia, allora. E da domenica, tutti in fila in questura per mettere la firma durante le partite. Accompagnati dai genitori."

Adriano Scianca




venerdì 29 novembre 2013

Energia dalle Biomasse: Opportunità e risorse di un settore in espansione

Come preannunciato nel nostro articolo introduttivo sulle fonti energetiche, ci troveremo ad approfondire i vari combustibili utilizzabili quotidianamente per alimentare le nostre abitazioni. Oggi tocca alle biomasse.
Questo, è uno dei settori energetici che ha avuto maggior sviluppo negli ultimi anni, utilizzati sia in ambiente domestico, che industriale i combustibili a biomassa legnosa più comuni sono la legna, il pellet ed il cippato, mentre trovano spazio nella categoria anche il mais, il nocciolino e gli scarti di potatura.
I punti forti di questi combustibili, sono la reperibilità, la versatilità ed il prezzo contenuto. Infatti essi possono alimentare sia impianti domestici, che impianti di teleriscaldamento o addirittura impianti industriali con impiego di riscaldamento o di produzione.
Quelli usati in maniera più comune in ambito domestico sono la legna ed il pellet.


La prima è il combustibile che costa di meno, ma che richiede più lavoro e più attenzione per essere bruciata in maniera adeguata. Infatti la legna con il rendimento migliore è quella che ha una percentuale di umidità di circa il 15%.
Più la legna è umida, minore sarà il rendimento del nostro generatore. Quindi per avere legna sempre asciutta è fondamentale poterla stipare in luoghi riparati e con una buona ventilazione.
Camini, stufe, caldaie usufruiscono tutti del sano calore prodotto dalla legna, irradiandolo nell'ambiente circostante o cedendo calorie all'acqua dei nostri impianti di riscaldamento, dando comfort in ambiente e una boccata di ossigeno alle nostre tasche. In più, avere un "fuoco" nelle nostre abitazioni ha significati benevoli fin dall'antichità, in quanto esso rappresenta il sole e la luce che si contrappongono all'oscurità e alle tenebre.
Come possiamo vedere però, la legna ha (quasi) sempre bisogno di un intervento umano per essere alimentata. Ed è qui che entra in gioco "la legna automatica" ovvero il pellet.


Il pellet è un combustibile ricavato dalla segatura essiccata e poi compressa in forma di piccoli cilindri del diametro di alcuni millimetri, tipicamente 6-8 mm. La capacità legante della lignina, contenuta nella legna, permette di ottenere un prodotto compatto senza aggiungere additivi e sostanze chimiche estranee al legno. Si ottiene, quindi, un combustibile naturale ad alta resa. L'umidità del materiale deve essere compresa in uno stretto intervallo (intorno al 15% m/m) per garantire una corretta pressatura.
L'applicazione del pellet come combustibile per stufe, caminetti o caldaie, offre miglioramenti in termini di praticità, programmazione e gestione dell'impianto, in quanto il generatore può essere spento o riacceso in maniera del tutto simile ad una caldaia a gas. Inoltre, per lo stoccaggio del pellet esistono svariate soluzioni, che vanno dal serbatoio a bordo generatore, a silos da interro, fino a vere e proprie stanze che fungono da deposito.
Ovviamente, in fase di scelta dell'impianto va considerata la possibilità di stoccaggio ed il costo superiore rispetto alla legna, anche se la resa energetica del pellet è superiore.
Più complessi nella gestione dell'impianto sono il cippato e i trucioli di legna.
Più adatti ad impianti di grandi dimensioni come il teleriscaldamento, o impianti condominiali, in quanto oltre a riscaldare, offrono la possibilità di tenere puliti i nostri boschi creando una sinergia con l'ambiente che ci circonda. Infatti questi impianti possono bruciare anche scarti ti potatura, rovi, legna sminuzzata ed i loro costosi impianti possono essere ammortizzati più facilmente ripartendo le spese tra più soggetti.
Come potete vedere, le alternative ai combustibili fossili non mancano, l'importante è informarsi in maniera adeguata e scegliere il combustibile che si adatta meglio ai nostri stili di vita ed alle nostre tasche. Il resto, inteso come parte impiantistica o prodotto, necessita dell' intervento di personale specializzato, il quale saprà guidarvi nella realizzazione o nella scelta del vostro impianto.
L'importante è essere informati e consapevoli.

Ed è questo che a noi interessa di più.


Davide

mercoledì 27 novembre 2013

Energia e Sovranità Nazionale


Nucleare e Rinnovabili: perchè essere favorevoli ad entrambi


Come ormai saprete, la posizione di Casapound in merito all'energia non lascia spazio a fraintendimenti: nucleare per una sovranità energetica totale, e al contempo utilizzo complementare delle rinnovabili nei settori più disparati. Tale posizione, fugge ai dogmi che ci vengono imposti dai media e dai centri di potere che governano gli stati, ovvero "se sei un nuclearista, non puoi essere a favore delle rinnovabili". Tale posizione, come possiamo constatare, ha indebolito e quasi annullato la sovranità energetica Italiana, facendo si che un opinione pubblica terrorizzata dai media riguardo al nucleare votasse per ben due volte contro all'uso di suddetta fonte energetica.
Risultato, totale assenza di un piano energetico nazionale, uso di centrali a combustibili fossili che aumentano l'inquinamento, energia elettrica acquistata all'estero con conseguenti costi aggiuntivi sulle bollette di tutti noi, soldi pubblici sperperati nella costruzione di impianti con tecnologia "rinnovabile" che coprono lo 0,...del fabbisogno nazionale e soprattutto subordinazione ad altri stati, i quali in qualsiasi momento, possono spegnere la luce alla nostra penisola.
Ora, senza addentrarci troppo in questioni tecniche alle quali dedicheremo opportuni approfondimenti, vorremmo porre l'accento su chi come sempre, subisce tali scelte scellerate, ovvero il popolo.


Negli ultimi anni, le bollette degli Italiani hanno subito continui aumenti in tutti i settori energetici, dalla corrente elettrica al gas metano, fino ad arrivare agli aumenti riguardanti anche le nuove fonti rinnovabili come il pellet di legno. Con questa rubrica vorremmo quindi guidare il cittadino nel mondo delle rinnovabili e del settore energia in generale, non per dare futili saggi di sapere, ma per dare un concreto aiuto alle famiglie che intendono investire nel settore per alleggerire le proprie bollette.

Nel grafico sottostante ad esempio, si evidenziano alcuni tipi di combustibile, il loro costo, il costo di acquisto dell'impianto e il costo eventuale di manutenzione nell'arco di 20 anni.
In seguito, analizzeremo tali combustibili, soluzioni impiantistiche e applicazioni delle stesse, per poter aiutare il lettore in una scelta quanto mai difficile ma che potrebbe aiutare a far respirare i bilanci delle ormai già troppo vessate famiglie Italiane.

Nucleare e rinnovabili, insieme per una Nazione Sovrana.


Davide

giovedì 21 novembre 2013

Callisto l'Amazzabambini

Correva l’anno 1873 quando Incisa Valdarno divenne teatro degli omicidi di quattro bambini. Inizialmente si pensò che questi bambini fossero annegati nell’Arno o che fossero stati rapiti da uno zingaro: i cittadini di Incisa non volevano accettare l'idea che il male fosse fra loro. Non si sapeva ancora che a togliere la vita ai piccoli era stato Callisto Grandi: uomo di aspetto deforme, basso e calvo, con la testa sproporzionata al corpo e con sei dita in un piede. Orfano e non sposato, era oggetto di scherno da parte di tutto il paese sia per il suo aspetto sia per la sua scarsa intelligenza.

Callisto era un carradore, ovvero riparava e costruiva carri, e proprio nella bottega i bambini andavano per deriderlo. Ma Callisto era stanco di essere beffato e così decise di farsi giustizia: aspettò che i bambini entrassero nella bottega per poi colpirli con una ruota dei carri in costruzione e seppellirli nel retro del magazzino. Fu scoperto mentre tentava di uccidere la sua quinta vittima.
Il Grandi confessò di essere stato lui ad uccidere gli altri bambini e, poiché era povero, gli vennero assegnati due difensori d’ufficio (Galardi e Papasogli) che decisero di rivolgersi a tre periti per dimostrare l’insanità mentale del loro assistito: Morselli, Livi e Bini. L’approccio di Morselli si basava sulle teorie lombrosiane che si stavano divulgano in quel periodo. Lombroso sosteneva che l'origine del comportamento criminale è insita nelle caratteristiche anatomiche del criminale, che è una persona fisicamente differente dall'uomo normale in quanto dotata di anomalie ed atavismi, che ne determinano il comportamento pericoloso. Callisto per le sue deformità rispecchiava la figura del delinquente atavico.

Livi e Bini invece distinguevano la malattia mentale dalla pericolosità, offrendo una panoramica ambientalista, secondo la quale sarebbero state le circostanze di stress e pressione psicologica ad indurre il loro assistito, malato mentale, a compiere i misfatti. Il loro obiettivo era quello di far passare Callisto come un pazzo non pericoloso ed evitare la sua incarcerazione.
Gli accusatori Morelli e Lazzaretti, invece, dichiararono che Il Grandi fosse sano di mente, intelligente in quanto alfabetizzato e astuto nel programmare minuziosamente gli omicidi, tutti intenzionali.



Nonostante Callisto nei verbali dichiarasse di essere “sposato con la Madonna”, i giudici non lo ritennero pazzo, dando ragione all’accusa: Il Grandi fu condannato a venti anni di lavori forzati all’interno del carcere. Il 10 Ottobre 1895, Callisto viene rilasciato dal reclusorio dell’Isola di Capraia e venne portato al Manicomio di San Salvi, perché individuo socialmente pericoloso, per poi essere ricoverato per imbecillità. In manicomio si comportò bene:  paziente operoso, docile e innocuo, dimostrò (proprio come aveva ipotizzato Livi in sede di giudizio) che in assenza di stimoli negativi dall'esterno "l'ammazzabambini" non avrebbe fatto male a una mosca.

Questa pena, così contraddittoria, sembrò inadeguata allo stesso Grandi che si lamentò: ” Se ero pazzo non dovevo essere messo in carcere ma in un manicomio; se non lo ero, come risultavo dal processo, sarei dovuto essere rilasciato dopo aver espiato la pena."


Callisto Grandi è oggi ricordato con il soprannome di "L'Ammazzabambini", che è anche il titolo di un libro, pubblicato nel 2006 da Patrizia Guarnieri, che racconta la sua storia processuale.



Valeria


Felice Fontana. Arte e scienza al servizio di Firenze

Per molti fiorentini, Felice Fontana è pressochè uno sconosciuto, per molti altri è semplicemente l'intestatario di una via cittadina... Invece questo illustre personaggio ha un storia molto speciale con Firenze. Nato a Pomarolo, vicino Trento il 15 aprile 1730, studiò a Padova, dove si laureò in "Scienze Fisiche ed Anatomiche"; dopo un periodo a Bologna, nel 1765 venne chiamato a insegnare Logica presso l'Università Normale di Pisa. L'anno seguente il Granduca di Toscana Leopoldo I° lo chiamò a Firenze, assegnandogli il prestigioso e complesso compito di realizzazione e successiva direzione del Museo di Fisica e Storia Naturale, inaugurato presso Palazzo Pitti nel 1775. 


In questo museo Fontana riunì ricche collezioni di animali, piante, minerali e preparò la famosa raccolta di cere anatomiche, che ancora oggi è possibile osservare nel museo della Specola; queste statue e modellini, tutti in cera e incredibilmente verosimili, avevano lo scopo di insegnare l'anatomia tridimensionalmente, senza dover ricorrere più ai cadaveri. Questa strepitosa opera lo portò negli anni '90 alla progettazione e realizzazione di modelli anatomici scomponibili in legno, ed uno di questi gli fu richiesto da Napoleone Bonaparte durante la sua visita a Firenze nel 1796.
Inoltre Fontana svolse numerosi studi e ricerche sulla contrazione dell'iride (scoprendo il canale oculare che oggi porta il suo nome) e successivamente sulle fibre nervose, dimostrando la rigenerazione di quelle recise; redasse anche numerosi trattati sul veleno delle vipere e sul curaro. Con Volta e Fabbroni fu tra i promotori in Italia della chimica pneumatica, ossia dello studio delle proprietà chimiche dei gas. Colpito da apoplessia, morì a Firenze il 10 marzo 1805 e sepolto in S. Croce.
Un suo busto lo commemora all'interno del museo della Specola, un luogo che molti turisti troppo spesso dimenticano di visitare, e al quale questo scienziato sempre impegnato in nuove ricerche ha dedicato tutta la sua vita.






Simone

lunedì 18 novembre 2013

Il pontormese che ruotava le navi novant’anni prima della Costa Concordia

Odoardo Giannelli nacque a Pontorme, oggi quartiere di Empoli, il 12 Maggio 1879.
Dopo essersi laureato in ingegneria navale, entrò nella Marina Italiana dove ebbe una carriera brillante. Nel 1931 nei cantieri di Castellammare di Stabia, di cui fu il direttore tra il 1926 e il 1932, varò le due navi gemelle Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci, la prima poi verrà ceduta ai russi al termine nel secondo conflitto mondiale come risarcimento di guerra, l’altra diventerà la più famosa nave scuola, nonché l’ammiraglia della moderna Marina Militare Italiana.

Ma a Giannelli si deve l’intuizione di un metodo di recupero per le navi affondate, del tutto rivoluzionario e ingegnoso, ma allo stesso tempo di una semplicità unica.
Nel mare di Taranto nel 1921 giaceva ancora il relitto della nave militare Leonardo Da Vinci, danneggiata in seguito ad un sabotaggio durante la Grande Guerra, su un fondale di 17 metri e Giannelli venne incaricato di recuperarla.

La nave dalla stazza di 22mila tonnellate era rovesciata su un fondale fangoso e qui il genio dell’ingegnere: sollevare la nave dal fondo grazie a dei cilindri stabilizzatori, poi trascinarla nel bacino portuale per i lavori di sistemazione. Infine tornare nuovamente in mare per quello che gli ingegneri al lavoro sulla Costa Concordia hanno chiamato “parbuckling”.
Nel 1921 la soluzione migliore per far tornare in posizione una rovesciata era immettere al suo interno 8mila tonnellate d’acqua mediante delle pompe alimentate da due sommergibili. Ad assistere ai lavori arrivarono ufficiali e ingegneri da ogni parte d’Europa e del mondo, considerando i mezzi e le tecnologie dell’epoca si trattò di una missione quasi impossibile.

Il 24 gennaio del 1921, dopo un’immane lavoro, la Leonardo Da Vinci tornava dritta.
La vittoria dell’ingegnerie lo portò a lavorare in tutta Italia e a far si che il suo metodo venisse utilizzato da molte marine del mondo.

Quindi l’ingegner Nick Sloane, incaricato di ruotare la Costa Concordia, tanto osannato dalle tv e dalla stampa, con tutte le tecnologie dei nostri giorni, non ha inventato proprio un bel niente ma l’impresa si deve alla mente di un pontormese nato nel 1879 a 70 chilometri dal mare.


Di seguito riportiamo copia di un articolo dell'epoca.










































Filippo

sabato 16 novembre 2013

Mezzo miliardo alle scuole private: Letta e il decreto - scuola

Anche il governo Letta ha varato il suo Decreto - Scuola, che al suo interno contiene una mini - finanziaria sul quale è giusto fare qualche riflessione. Tralasciando i provvedimenti di ordine organizzativo e sindacale, sarebbe prima di tutto importante concentrarci su un paio di cifre. La prima fa riferimento al fondo stanziato dallo Stato per ristrutturare le scuole che cadono a pezzi: 450 milioni di euro divisi in una prima tranche da 150 e una seconda da 300. La seconda invece è la somma degli aiuti di stato alle scuole private a rischio chiusura: 480 milioni euro. Potrà sembrare assurdo, ma in questa Italia dei paradossi succede anche che il governo stanzi più fondi per finanziare le scuole private piuttosto che per rimettere in sesto le proprie. Che cadono a pezzi.

Giusto per citare un  paio di dati (riferiti ad un'indagine pubblicata alla fine dello scorso anno) una scuola statae su sette presenta lesioni strutturali, mentre in una su cinque si rilevano distacchi di intonaco. Il 40% degli istituti, poi, mostra uno stato di manutenzione inadeguato, per non parlare dei servizi igienici: in una scuola su due mancano sapone, salviette e carta igienica.  Stessa situazione per quanto riguarda medicinali e attrezzature per il pronto soccorso. E potremmo continuare trascrivendo pagine intere di dati riguardanti il precario stato delle strutture scolastiche e delle dotazioni. Situazione grafissima quindi alla quale, almeno per quanto riguarda l'essenziale, hanno provato ad intervenire le famiglie: basti pensare che soltanto nell'ultimo anno i genitori hanno finanziato le scuole dove vanno i figli con "contributi volontari" per 390 milioni di euro.
Ed ecco che si aggiunge un altro numero importante: mentre lo stato eroga mezzo miliardo di aiuti alle scuole private (che al pari delle più celebri banche non saranno "nazionalizzate", ma semplicemente "salvate" dallo Stato) i suoi cittadini devono spendere altrettanto frugandosi in tasca per poter permettere ai loro figli di frequentare una scuola pubblica dignitosa. Il paradosso è evidente, E tira nuovamente in ballo l'annoso problema della scuole parificate. Residuo di un medioevo nel quale lo Stato non concepiva l'idea del "servizio pubblico" gli istituti di istruzione privata sono prosperati non soltanto grazie alle rette degli studenti, ma quasi sempre godendo di ricchi finanziamenti da parte degli enti pubblici:  se si sommano quelli erogati dallo Stato a quelli riconosciuti dalle regioni, province e comuni si tocca la cifra del miliardo e mezzo. Mentre agli istituti pubblici sono stati decurtati quasi dieci miliardi di euro in un decennio.

La condizione del nostro sistema scolastico è evidente: a conti fatti, il rischio è che la gente si arrenda all'idea che, tutto sommato, sia preferibile fare qualche sacrificio in più e mandare il figlio a scuola "dai frati" piiuttosto che abbandonarlo in edifici fatiscenti nei quali, solo nel 2013, si sono registrate 29 "tragedie evitate" provocate da crolli strutturali, cadute di oggetti dai cornicioni, o semplici incidenti dovuti alla scarsa manutenzione. Se questo si verificasse, le conseguenze sarebbero due: prima di tutto la scuola diventerebbe a tutti gli effetti una forma di selezione classista. Se hai i soldi puoi studiare decentemente, altrimenti no. Seconda di poi, una migrazione massiccia verso istituti privati sarebbe una sconfitta per lo Stato, che drena una marea di tasse dai cittadini e poi non è in grado di garantir loro neanche un tetto sotto al quale studiare.



Clearco0

giovedì 31 ottobre 2013

Renzi e le pedonalizzazioni ideologiche.


Apprendiamo dalla pagina facebook del Sindaco Renzi che in questi giorni la giunta comunale fiorentina ha provveduto alla pedonalizzazione del ponte Santa Trinita, portando così a 12 ettari l' area del centro interdetta ai mezzi a motore. Che a Firenze quattro anni fa ci fosse la necessità di pedonalizzare piazza del Duomo al fine di tutelarne le bellezze storiche siamo più o meno tutti d' accordo, ma adesso ci pare che l' ostinato prolungarsi di questo tipo di provvedimenti stia assumendo caratteristiche ideologiche più che urbanistiche. Non si può pensare che la Fiorentinità possa essere rappresentata soltanto dai nostri invidiati palazzi storici e dalle ricchezze artistiche. Togliendo al popolo fiorentino un libero e più comodo possibile accesso al centro si finirà inevitabilmente per ucciderne le tipicità e le tradizioni. L' area pedonalizzata con tanto clamore dal Sindaco Renzi è, ad oggi, oggettivamente sproporzionata rispetto all' ampiezza e alle necessità della città di Firenze, rimasta letteralmente stroncata in due. Firenze, lo ricordiamo, non è dotata di alcun mezzo di trasporto pubblico alternativo a quello su gomma (già per altro martirizzato dal sindaco con una privatizzazione-regalo ai soliti noti, ma questa è un' altra storia) e ogni giorno circa 7-800'000 persone si trovano obbligati a doversi muovere con mezzi propri in un'area eccessivamente ristretta, a causa anche delle dimensioni esagerate della ZTL. Tutto questo peraltro non risulta essere migliorativo per le condizioni dell' inquinamento perché è logico che dividendo il centro città in due i fiorentini compiono giri enormemente più lunghi di prima per attraversare la città e per il formarsi di interminabili code a velocità ridotta, aumentando esponenzialmente le emissioni. Rifiutandoci quindi di credere che la giunta e il sindaco in primis siano così incompetenti da non comprendere queste ovvie considerazioni e rifiutandoci altresi' di credere che quello di Renzi sia addirittura odio per i propri cittadini visto che di fatto li sta cacciando a forza da quella che è la loro casa naturale, preferiamo voler ipotizzare la magra consolazione che tali provvedimenti siano di natura ideologica. Renzi appartiene, infatti, a quella generazione di politicanti globalizzati che sul modello americano immaginano i centri delle città di interesse storico come dei luna park per turisti non tenendo assolutamente conto dell' inevitabile snaturamento di cui sono vittime le città “vetrina”. Tutto questo misto ad un radical-chichismo pseudo ambientalista che vorrebbe, in barba alle ineluttabili necessità di ogni persona che non detenga un' auto blu e che debba muoversi per gli impegni quotidiani, un popolo di ciclisti e passeggiatori tra negozi di multinazionali immessi sapientemente nel tessuto sociale della città al posto delle nostre botteghe storiche, messe sempre più a duro rischio da questo tipo di provvedimenti.

Saverio Di Giulio


Il Dossier "Pe(do)nalizzati" realizzato da CasaPound Firenze


venerdì 27 settembre 2013

Eja Eja Comandante.

Il 27 Settembre di 110 anni fa nasceva uno dei piu' grandi Fiorentini della storia, Alessandro Pavolini, poeta, scrittore, artista, combattente, politico di altissimo livello. La nostra citta' deve a lui interi quartieri, lo stadio, il ritorno del calcio storico fiorentino, il maggio musicale, la stazione di Santa Maria Novella, l'autostrada Firenze-Mare, la salvaguardia della tipicita' bottegaia di Firenze e tanto altro, ma soprattutto riportò in città quello Spirito da Rivoluzione permanente fondato sulla bellezza che non si vedeva dai tempi del Rinascimento. Mori' nel 1945, assassinato dai traditori criminali Partigiani su commissione alleata, non dopo aver combattuto fino in fondo, ultimo ad arrendersi. Lo ricordiamo chinando la testa e cercando i portare aldila' del tempo l'Esempio che ha saputo donarci. Eja Eja Comandante.
 
 
 
 
 
 

giovedì 23 maggio 2013

CasaPound Firenze:"A giro pe' Firenze",la rubrica che vi racconta la nostra citta',torna con "Le porticine per il vino".

Ecco a voi amici di CasaPound e lettori in generale la seconda uscita della nostra nuova rubrica "A giro pe' Firenze".

Vi raccontiamo Firenze come crediamo non l'abbiate mai letta nè sentita, attraverso i suoi misteri, le sue leggende, i suoi aneddoti, le sue credenze popolari, la sua storia e tanto altro ancora.
Gli articoli saranno pubblicati periodicamente sullo spazio dedicato alla cultura presente all'interno del nostro blog http://cpfirenze.blogspot.it/, sul gruppo facebook "CasaPound Firenze" e sull'omonimo account Twitter.

Vi ricordiamo inoltre la possibilita' per tutti di diventare parte attiva di questa rubrica, se qualcuno ha una storia da raccontare e avesse in piacere di condividerla puo' inviarcela a casapoundfirenze@yahoo.it

"Le porticine per il vino"

Se vi capita di camminare per la citta' di Firenze noterete sicuramente, sui muri degli antichi palazzi paatrizi, delle piccole finestrelle fatte a forma di arco, forma tipica delle porte e dei portoni fiorentini.
Queste finestrelle rappresentano una caratteristica architettonica unica al mondo anche e soprattutto per la loro funzione, attraverso queste finestre infatti avveniva la mescita del vino, la cui produzione veniva effettuata prevalentemente dalle antiche e ricche famiglie proprietarie di terreni posti fuori dalle mura della citta'.
Le eccendenze di vino derivanti da queste produzioni venivano messe a disposizione di chi ne facesse richiesta e le vendite venivano effettuate, per espresso volere della Signoria, esclusivamente attraverso queste finestrelle.
Talvolta si usava anche fare della "misericordia corporale",regalando qualche caraffa ai bisognosi che si trovavano a passare davanti a questa specie di porticine aperte nelle mura dei palazzi.
La piu' particolare ancor'oggi ben visibile si trova in via delle belle donne quasi all'angolo con via della spada,reca ancora l'antica scritta con l'avviso per i clienti "La cantina resta aperta alla vendita dal primo novembre a tutto aprile dalle 9 ant. alle ore 2 pom. e dalle 5 alle ore 8 pom. - dal primo maggio a tutt'ottobre dalle ore 8 ant. alle 3 pom. - e dalle 6 alle ore 9 pom. - nei giorni festivi resta aperta alla vendita fino alle ore 3 pomeridiane."

In questo breve racconto si intuisce chiaramente la fondamentale importanza che la citta' di Firenze ha da sempre attribuito al vino.