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giovedì 17 aprile 2014

ORDINE PUBBLICO O ORDINE POLITICO?

Le basi sulle quali ministeri e questure organizzano i servizi di ordine pubblico sono davvero esclusivamente inerenti al pericolo per l'incolumità pubblica o talvolta possono essere indirizzati anche da altri fattori? Un qualsiasi cittadino medio non solito a partecipare a manifestazioni politiche sceglierebbe sicuramente la prima opzione. 
Ai concerti, cosi come alle partite di calcio (tranne in alcuni casi dove anche qui la politica diventa preminente) , i presupposti per l'organizzazione di un servizio di pubblica sicurezza sono meramente tecnici, si prende ad esame una zona, un quartiere o un'intera città, si fa una stima di quanti saranno gli intervenuti, si da un codice di pericolosità all'evento e da queste considerazioni parte l'organizzazione da parte delle questure e degli altri soggetti coinvolti nel dispiegamento di forze al fine di evitare che nessuno si faccia male e che l'evento fili via liscio senza danni a cose o persone. Ma purtroppo non sempre e' così, succede che a volte vi siano anche altri fattori a determinare il tipo di spiegamento di forze in servizio ad un evento, specie quando questo evento e' una manifestazione politica. Manifestare pacificamente dovrebbe essere un diritto garantito in uno stato che pretenderebbe di dichiararsi democratico ma non lo e'.
Molto spesso l'ordine pubblico viene usato come specchietto per le allodole per indirizzare o vietare manifestazioni politiche di partiti o movimenti che si pongono in maniera critica verso il sistema vigente. E questo e' il caso sicuramente di CasaPound che, ogni qualvolta su tutto il territorio nazionale decide di organizzare una manifestazione si trova sempre di fronte a mille problematiche che gli organi preposti all'ordine pubblico pongono in essere. Eppure CasaPound non e' certo un movimento violento, mai nessuna manifestazione di CasaPound e' sfociata in atti di violenza o devastazione gratuita, solo qualche raro caso di difesa da attacchi subiti dai centri sociali antifascisti. Ma allora perchè ogni manifestazione pubblica di CasaPound italia da Aosta a Palermo viene sempre blindata dalle varie digos (ovvero la polizia politica) in maniera possente anche in totale assenza di gruppi antifascisti? Perchè molto spesso cercano di spostare questi eventi fuori città lontano dagli occhi della maggioranza dei cittadini? Perchè non e' la violenza che preoccupa lo stato, quella sarebbe facilmente arginabile con l'impiego di semplici forze di polizia, ciò che preoccupa e' piuttosto la forza delle Idee, e un movimento che si presenta nelle piazze italiane con un carico di gioventù e di vincenti Idee Rivoluzionarie fa paura al sistema molto di più che qualche scalmanato che tira sassi a casaccio. E allora come eliminare democraticamente chi potrebbe far aprire gli occhi al popolo su di un sistema vecchio,corrotto,servile,flaccido e mafioso come quello politico italiano? Semplice, usando la scusa dell'ordine pubblico per boicottare ogni iniziativa di dissenso e zittire chi ha parole che tagliano piu' delle lame. In che maniera nel pratico? Prendiamo ad esempio alcuni fatti recentemente accaduti a iniziative svolte da CasaPound, come ad esempio l'ultimo gazebo di propaganda elettorale durante le passate elezioni a Firenze, in occasione del quale, adducendo fantasiosi motivi di ordine pubblico furono chiuse le vie d'accesso alla piazza in cui si doveva tenere l'iniziativa bloccando di fatto l'afflusso di persone possibilmente interessate, oppure come accaduto piu' volte per le foibe, quando le manifestazioni sono state costrette ad un contesto spettrale, chiudendo interi quartieri con anche il divieto di sosta per le auto nei giorni antecedenti, cosa che ovviamente crea disturbo al cittadino e quindi antipatia verso i promotori. In altre occasioni le manifestazioni sono state spostate fuori città, riducendone al minimo la visibilità, o anche scortate inspiegabilmente in maniera massiccia, come successo al corteo di Prato poco tempo fa, cosi da far sembrare che gli scortati fossero appartenenti ad un movimento violento e quindi da tenere sotto stretto controllo inducendo timore nel seguirlo al cittadino. Poi invece, si crea un clima di distesa apertura quando a scendere in piazza sono quei partiti che avendo rappresentanza istituzionale decidono se il questurino di turno presterà servizio l'anno dopo in un paesello di un'isola sperduta o nella capitale. 

Questo scritto non vuole assolutamente essere l'ennesimo articolo di complottismo spicciolo, ma una semplice spiegazione di come si articolano certe dinamiche che influiscono poi pesantemente sull'opinione pubblica. La prossima volta che vedrete una situazione del genere, vi auguriamo di avervi fornito qualche strumento in più per meglio giudicare quanto accade intorno a voi. 

Buona democrazia a tutti.

La Redazione. 

nella foto la grottesca situazione del pacifico corteo di CasaPound Prato.



domenica 18 dicembre 2011

L'uomo libero non ha fazione. Parole di libertà contro ogni strumentalizzazione

Non ci avrei mai messo piede se solo ci fosse un solo rutto di quella schifezza qual è l’estrema destra. A Casa Pound fanno musica e solidarietà. Spiazzano. E voglio ricordare due fatti. A Poggio Picenze, in Abruzzo, all’indomani del terremoto il giornalista collettivo raccontò della paura della comunità magrebina per la presenza di un nucleo di Casa Pound. Finì che gli africani ringraziarono pubblicamente Casa Pound e il sindaco sta adoperandosi per intitolare la biblioteca al noto poeta. Secondo fatto: quando arrivarono a Roma i black bloc, per cinque minuti buoni, in tutte le redazioni del giornalista collettivo galleggiò l’idea che fossero quelli di Casa Pound, sotto mentite spoglie, a scatenare i disordini. Ecco, fosse stato vero, specie con il governo Berlusconi in carica su cui fare fuoco, avremmo avuto Saya ospite del Tg3. Con gentile signora al seguito (Pietrangelo Buttafuoco, il Foglio)

A CasaPound non si incita al razzismo e alla xenofobia e te lo dice uno che ha sempre detestato la destra radicale e però ha partecipato ad un convegno a CasaPound su diritti delle coppie di fatto e gay con la Concia e ho trovato persone sicuramente culturalmente diverse da me ma molto più aperti sul tema della diversità di tanti colleghi del Pdl e non ti dico della Lega (Enzo Raisi, deputato di Fli – da Facebook)

Chiudere CasaPound sarebbe una follia (Filippo Rossi, direttore de Il futurista – da Facebook)

Non conosco i rapporti tra questa anima disgraziata e CasaPound, ma so per certo che a CasaPound non si professa il razzismo biologico, né si dà vita a cacce a immigrati; non è una sua caratteristica istigare a forme di violenza inaudita. Quello è che successo è il fotogramma di una destra suicida che si abbandona alla cattiva caricatura di se stessa e finisce per ammazzarsi. Dal punto di vista simbolico è proprio l’emblema di come non bisogna essere a destra. (Alessandro Giuli, vicedirettore del Foglio, intervista al Corriere Fiorentino)

In questo momento è forse impopolare quello che dico, ma Casapound è in effetti un’organizzazione diversa dalle altre nel panorama della destra radicale italiana (e loro rifiutano anche di essere collocati all’interno della destra radicale). È un fatto che Gianluca Casseri, lo stragista-suicida di Firenze, fosse un iscritto a Casapound, ma è anche vero che mai Casapound ha lanciato campagne contro l’immigrazione. Nelle varie manifestazioni che rimbalzano da anni in Italia contro i campi nomadi, le bandiere di Casapound non si vedono. Per dirla tutta, sono molto più presenti slogan xenofobi in un partito istituzionale e per anni al governo come la Lega che in un’organizzazione come Casapound. Né tantomeno, dai suoi militanti, si ascoltano deliranti proclami sulla supremazia bianca o sulla difesa della razza. (Stefano Nazzi, giornalista per il settimanale Gente – da ilpost.it)

Da sindaco quando CasaPound commemora i cecchini fascisti nel giorno in cui il Comune ricorda la Liberazione esprimo tutta la mia rabbia e la mia disapprovazione, ma attenzione a dare a tutti quelli che frequentano i centri sociali le responsabilità penali che appartengono ai singoli. Chiudere non dipende dalle amministrazioni comunali ma dalle forze dell’ordine. Si chiude se ci sono dei reati. CasaPound Firenze si è dissociata dal gesto, ha scritto alla comunità senegalese chiedendo un incontro, spero che ci sia una forte indagine su tutto ciò che è accaduto intorno al killer, dico che sono disgustato quando 69 persone si iscrivono alla pagina che inneggia al killer come ‘eroe bianco’, ma non è dicendo ‘adesso chiudiamo un centro sociale’ che abbiamo risolto i problemi (Matteo Renzi, sindaco di Firenze – dalle agenzie di stampa)

Lo stragista di Firenze era iscritto all’associazione CasaPound, scioccamente subito ascritta alla galassia della destra estrema: ma è una sciocchezza. Di campagne xenofobe contro gli immigrati, CasaPound non ne ha mai fatte, e neanche non xenofobe. Se considerate che tra le battaglie di CasaPound ce ne sono contro la riforma Gelmini, per il diritto alla casa, contro Equitalia e persino contro il Grande Fratello vi renderete conto che separare l’universo di CasaPound dalla sterminata galassia dei centri sociali (altrettanto sbrigativamente definiti “di sinistra”) è piuttosto difficile. (Filippo Facci, Libero)

Quei mentecatti arrestati per antisemitismo non sono fascisti, sono dementi. E il pistolero omicida di Firenze non è fascista, è un pazzo criminale. Diamo ai termini il giusto valore, perdio (Angelo Mellone, giornalista Rai – da Facebook)

Il tentativo di usare questa tragedia per comprimere spazi di libertà credo non abbia alcuna ragion d’essere. La ormai pluriennale attività di CasaPound sta lì a dimostrare con i fatti e non con le chiacchiere che non esistono, da parte di questa organizzazione, né sono mai esistite attività, iniziative, dichiarazioni che fossero in qualche modo a supporto di forme di razzismo o di discriminazione del diverso. (Francesco Aracri, senatore Pdl – dalla conferenza stampa sui fatti di Firenze)

giovedì 11 agosto 2011

IL MIGLIOR INSEGNAMENTO DELLE RIVOLTE INGLESI



Praticamente un anno fa, nella multiculturale e variegata periferia di Grenoble, in Francia, scoppiava la violenza degli abitanti della banlieu contro tutto ciò che vi era da colpire. Scontri con le forze dell’ordine, auto date alle fiamme, cassonetti ribaltati, vetrine dei negozi infrante, solito copione delle ormai celeberrime “rivolte” delle periferie francesi. Praticamente un anno dopo, nella multiculturale e variegata City londinese, in Inghilterra, scoppiava la violenza in vari quartieri, che presto si estendeva – seppur con diversa intensità – a varie altre città. Scontri con le forze dell’ordine (che per la verità si son viste bene dall’intervenire prontamente), cassonetti ribaltati, vetrine dei negozi infrante. Il copione pare il solito, eppure già a prima vista c’è qualcosa che sembra non combaciare perfettamente. Eppure anche il casus belli sembra il solito: un giovane ucciso dalla polizia durante un inseguimento. Poi la rabbia della periferia che tracima e come un fiume in piena travolge tutto e tutti.


Se per le rivolte delle banlieu (ed in particolare quella di Grenoble) si può scorgere un odio sociale, un qualcosa che ha anche – ed ovviamente non solo – a che fare con il fallimento del progetto multiculturale e multirazziale (leggi: multirazzista), che è risultato

tangibile e messa in pratica di certe idealità civiche maturate negli ambienti progressisti francesi; per questa “rivolta” inglese, il discorso da fare è certo diverso.

Certa sociologia ideologizzata in compagnia di certa retorica politica, inquadrerebbero l’evento secondo schemi interpretativi precostituiti, e lo liquiderebbero come una “rabbia sacrosanta […] figlia del furore contro una diseguaglianza che ha travolto ogni umana

decenza” (Paolo Flores D’Arcais sul Fatto Quotidiano). Dunque né più né meno la stessa dinamica delle “rivolte” arabe (anche qua le virgolette son d’obbligo), che pure evidentemente montate ad arte dall’Occidente, paleserebbero la naturale ribellione contro l’autoritario dominio dei vari rais. Oppure, sempre certa sociologia, noterebbe “nella forma elemen

tare e prepolitica del saccheggio […], una nuova lotta di classe” (Alessandro Del Lago su Liberazione). Il solito copione anche qua. La società come colpevole, l’uomo, l’individuo, come unica e inerme vittima, che proprio in quanto vittima si fa carnefice. Dunque il germe di una nuova lotta di classe? Ma, onestamente, c’è qualcosa che non convince anche in questa lettura. Infilarci a forza Marx parrebbe, o almeno pare a chi scrive, una forzatura bella e buona.


Aldilà delle differenze scenografiche e di contesto urbano tra Grenoble e Londra, vi sono alcuni aspetti fondamentali che vanno tenuti di conto per un analisi del fenomeno.

Come prima cosa, i fantomatici rivoltosi emarginati dalla società, sono in realtà un vasto, disarticolato ed eterogeneo agglomerato umano. Molto più eterogeneo e variegato dei loro omologhi nelle banlieu francesi. Vi sono in grossa percentuale i ragazzini delle famiglie basso-borghesi, ma anche decisamente borghesotte, che hanno colto l’occasione di una polizia

inefficiente e sono diventati i proverbiali ladri, pronti a saccheggiare i negozi per accaparrarsi il tanto agognato I-phone 4 che il padre non ne voleva proprio sapere di comperare con il sudato stipendio. Poi ci sono gli esponenti di un proletariato (bianco e nero) comodamente stipendiato da uno stato che, per chi non lo sapesse, paga un assegno ad emarginati di vario tipo (tossici e casi problematici di vario genere), fortemente disincentivati a ricercare un lavoro, ma ni

ent’affatto propensi a rinunciare alle ultime sneakers Adidas, o al Pioneer per improvvisarsi producer Drum n’ Bass o Hip Hop, e rigurgitare il proprio (artificiale) disagio sociale nei loop e nelle rime.

In secundis l’immagine che meglio rappresenta questa fantomatica rivolta degli oppressi (c’è chi azzarda parallelismi con gli ottocenteschi assalti ai forni), come accennato nel primo punto, è proprio quella del ragazzo ben vestito (si fa per dire), con tanto di cappello New Era che fa molto Harlem (25 sterline, con Mastercard), pantaloni Adidas (in completo con la track top, 80 sterline con Mastercard), e giubbotto certamente di marca (scontato al 30%, 90 sterline con Mastercard), che sferra un calcio volante tecnicamente perfetto (abbonamento alla palestra di arti marziali, 30 sterline al mese sempre con Mastercard), incurante della salute delle sue sneakers Nike nuove di pacca (90 sterline con Mastercard), per entrare nel negozio di elettronica ed accaparrarsi tutto il possibile (ci sono cose che non si possono comprare…).

Beh. Più che un assalto carico d’odio ai simboli di un’opulenza capitalista che annichilisce la dignità di chi non detiene la proprietà dei mezzi di produzione, ci vedo piuttosto una volontà di accaparrarsi il più possibile e con il minore sforzo, che mi sa tanto di pulsione irrazionale e di ingordigia, degna della miglior avidità borghese capitalista. Più che il disprezzo per i simboli del potere, più che un proletariato con coscienza di classe che attacca i prodotti della società del consumo, ci vedo la voglia del possesso dello status symbol per sfoggiarlo alla nuova morosa. Roba che di rivoluzionario e di romantico non ha proprio niente.



Dunque quali sono le conclusioni? Cos’è che davvero rileva nell’analisi di questi riots d’oltremanica? A mio avviso la risposta si articola in una parte “politica” ed in una parte, per così dire, “antropologica” (in senso lato).

La parte politica è la seguente. Indubbiamente queste “rivolte” palesano un problema della società inglese, ma non solo. Questo problema non è (o non solo) la diseguaglianza di reddito, o la diseguaglianza culturale, bensì la totale mancanza di tessuto comunitario.. Questi sono soggetti completamente disaggregati e sganciati da qualsiasi tipo di legame comunitario. Non c’è la famiglia alle spalle che può fungere da “datore di senso” della vita; il gruppo dei pari è quel che è; lo stato è presente solo quando sgancia un assegno (per i presunti disadattati); di rapporti di vicinato o di solidarietà da “quartiere”, non importa dirlo, non se ne vede nemmeno l’ombra. Più che il risultato dei tagli del governo Cameron, queste rivolte paiono essere il risultato di politiche progressiste di smantellamento del tessuto comunitario (dunque anche e soprattutto familiare).

La parte “antropologica” è invece questa. Bisognerebbe far notare che non sempre una rivolta deve per forza avere una spiegazione sociologica coerente che la faccia digerire al popolino. Certo, la si può fornire, sia pur palesemente errata, per aiutare nell’individuazione di un nemico (sia esso il “negro di Tottenham” o la “società capitalista”), questo è anche comprensibile nella dialettica politica. Ma non scordiamoci che le masse, in quanto masse, agiscono con una psicologia particolare, e sono spesso preda di pulsioni irrazionali e bestiali. Quando l’uomo non è Uomo ma mero individuo, semplice cittadino, soggetto “tout court”, allora può regredire al rango di bestia. Ecco. Più che una rivolta quella di Londra pare (come suggerito sul Foglio di Giovedì 11 Agosto da Daniele Ranieri) un’invasione di locuste. C’è nell’uomo semplice un’animalesca predisposizione alla devastazione ed al caos. Mettici una certa ammirazione per la “cultura della delinquenza” che cresce in certi contesti urbani, ed ecco che hai ottenuto la ricetta per lo scoppio di violenza cieca.

Tiriamo le somme: chi ha fornito l’esempio da seguire nelle rivolte di Londra? Il governo law and order che dispiega sedicimila agenti? Decisamente no. I distruttori delle proprie stesse strade, del proprio stesso quartiere, i saccheggiatori, i teppisti? Direi di no. I plotoni armati di scopa che puliscono la città? Un’altra volta, no. O meglio: sicuramente in sé e per sé è una cosa buona e giusta, ma lo vedo piuttosto come un evento sul quale i giornali soprattutto britannici hanno posto l’accento in maniera artificiale per avvalorare una certa idea cameroniana di Big Society, dunque un qualcosa che in teoria è buono e giusto, ma in pratica risente di una forzatura partigiana, un po’ troppo retorica e poco pratica.

L’esempio l’hanno dato – udite udite – le comunità (quelle sì che sono vere comunità) arabe che proteggono il loro territorio, le loro famiglie che vivono sopra i negozi, le fatiche di una vita armati di mazze e bastoni. I sikh che proteggono le loro chiese schierati a mo’ di legione romana. Gli hooligans del Millwall che proteggono i propri pub con dei veglioni notturni a suon di birre e cazzotti a chi si avvicina al portone. Insomma, il poco di comunità che ancora c’è rimasto in Inghilterra.

Tutto ciò a dispetto di una polizia che è stata inerme, dei cittadini atomizzati ed impauriti all’interno delle proprio case, dei turisti che si radunavano in quei luoghi giusto per avere qualcosa da raccontare al loro ritorno. Tutto ciò a dispetto della gente che tutto aveva da perdere, e niente da dare.

Tommaso Nistri



venerdì 14 gennaio 2011

DISEGNA, INCOLLA, CORRI!

STREET ART E ARTISTI MASCHERATI: BANKSY E LA "GUERRILLA ART"

Banksy è un artista inglese, reso celebre soprattutto dalle sue incursioni a suon di graffiti per le strade di Londra. “Street art” o “guerrilla art” si definiscono i suoi lavori. La prima definizione esperisce il luogho dove Banksy usualmente opera, la seconda esemplifica in maniera assai più chiara il senso della sua arte. Banksy infatti da sempre cerca di portare, attraverso le sue non comuni doti artistiche, dei messaggi di “ribellione”allo status quo, di critica all'odierna globalizzata società turbocapitalista. Banksy preferisce tenere la sua identità segreta, non esistono infatti foto o video che lo ritraggono a volto scoperto.

Questo perchè è per questo artista, il messaggio che deve contare, non chi lo veicola.
Dare preminenza al messaggio, al significato e non al significante, vuol dire anche scegliere la strada, non le gallerie (o almeno non solo, anche quelle in fin dei conti possono servire allo scopo), l'”illegalità” alle sovvenzioni statali e ai galà dell'alta società. Non che sia una specie d'eroe sia chiaro, non credo lo voglia essere, non è questo il punto. Il punto è, applicare la propria arte alla strada per inocularvi surrettiziamente messaggi subliminali. Messaggi di rivolta? Di dissenso?

Non credo.

Banksy intende porre dei dubbi sotto forma di stancil più o meno monocromo, dei punti di domanda da imprimere più o meno consciamente nelle menti distratte dei passanti. Non ha forse scelto pure lui d'esserlo, un punto di domanda? Niente slogan a caratteri cubitali quindi, ma opere complesse, pur nella loro ricercata semplicità grafica, che possano far riflettere, solo però chi ne abbia un reale interesse. Solo chi intenda fermarsi, interrompere il ritmo frenetico della vita metropolitana, per porsi in senso critico nei confronti di quella. Ecco così spuntare per le brulicanti strade londinesi (per lo più ma non solo) alberi dove non ce ne sono (non più almeno), uccelli che emettono suoni di clacson piuttosto che il loro usuale cinguettio, topi che gettano rifiuti tossici nei tombini o che raffigurano banchieri avidi e “bancarottisiti”, piuttosto che gli onnipresenti poliziotti rappresentati (ed irrisi) in mille modi diversi (pomicianti, con al guinzaglio palloncini rosa a forma di barboncino, che perquisiscono indifese bambine trecciute) oppure le innumerevoli rappresentazioni dell'infanzia costretta tra il cemento e la nuova povertà delle grandi metropoli. Il contenuto simbolico delle sue opere è espressione quindi di una visione critica della moderna società massificata e delle sue degenerazioni. Il sempre maggiore controllo poliziesco sulle vite dei cittadini, la scomparse e il disinteresse per la natura nelle grandi città, la profonda ingiustizia sociale di cui è foriero il moderno capitalismo finanziario, la violenza delle guerre del “primo mondo” nei confronti dei paesi dell'ultimo. In concreto, concetti non nuovi, in molti casi non particolarmente originali, ma che forse mai erano stati espressi in modo altrettanto efficace e antiretorico.

La produzione artistica di Banksy però non si riduce meramente alla sola street art, recentemente infatti ha saputo dimostrare di non essere solo uno dei tanti “street artist” capaci di avere rilevanza solo nel proprio territorio di provenienza ma viceversa, ha saputo “imporsi” a livello internazionale diversificando la propria attività creativa, ampliandola e massimalizzandola la dove aveva dimostrato d'avere pochi rivali (ovvero stancil et simila). In questo senso Bansky ha recente provato, con esiti apparentemente confortanti, a non autoghettizarsi cercando di prendersi anche lo stantio e paludato mondo “museale” esponendo ella natia Inghilterra e negli U.S.A. opere d'impostazione più tipicamente “tradizionale” (sculture, quadri ecc.), riuscendo così a farsi conoscere anche da un pubblico poco avvezzo al mondo della street art in senso stretto. In questo senso altra operazione che ha contribuito non poco a farlo conoscere a livello internazionale è stata la sua “incursione” artistica nei territori occupati della Cisgiordania sulle pareti del noto “muro di separazione” israeliano. Su di esso con tecnica mista (in parte i classici stancil in parte “trompe l'oeil” ovvero quella tecnica pittorica che dà l'illusione della profondità prospettica) ha dipinto squarci attraverso i quali si potesse vedere, o almeno averne l'illusione, dall'”altra parte”. Col suo usuale tocco lieve ha saputo, in modo non scontato e soprattutto non retorico, porre l'accento e richiamare l'attenzione su quella colossale ingiustizia di cemento armato.

Un ulteriore passo verso nuove forme espressive (nonché grande cassa di risonanza mediatica) da parte di questo artista dall'identità sconosciuta si ha con “Exit Through the Gift Shop” con il quale Bansky debutta nelle sale cinematografiche di mezzo mondo, riuscendo nella non facile impresa di rimanere fedele alla propria arte ed impostazione senza per questo creare un prodotto debole cinematograficamente o ancor peggio eccessivamente autoreferenziale. Rischio più che plausibile visto che “Exit Through the Gift Shop” (2010) è un mockumentary (ovvero un finto documentario) in forma di parabola sul mondo della “street art” con ampi rimandi alle opere e alla figura di Banksy stesso. A suggellare questa ottenuta notorietà internazionale la possibilità da parte degli autori de “I Simpson” di realizzare una sigla speciale del noto cartone animato (cosa forse mai successa precedentemente).

Pur rimanendo fedele all'usuale pattern della serie, Banksy è riuscito ad immetere il suo tocco e le tematiche a lui care portando, in un contesto tipicamente mainstream, il problema della delocalizzazione in paesi, come la Cina, caratterizzati da un forte sfruttamento del lavoro (comprendente nessuna tutela dei lavoratori, inquinamento atmosferico ecc.) con conseguente concorrenza sleale sui mercati internazionali. Ben lieti del suo sempre maggiore successo, non ci rimane che chiedersi quali saranno le sue nuove mosse, rimarcando nuovamente l'importanza del suo lavoro che oltre ad aver posto nuove prospettive in campo artistico ha indubbiamente reso ancor più vera e concreta (rinnovandola , donandole nuovo lustro) la vecchia asserzione “muri puliti popoli muti”.






Edoardo